Quello che segue e che si intitola “Il serpente arcobaleno” è un breve racconto inedito e autobiografico scritto da Luca Fregonese. Luca è stato a lungo mio collega a cavallo del secolo. Siamo coetanei. Oggi vive a Bruxelles, si occupa di pubbliche relazioni, è sposato con una diplomatica tedesca, ha una figlia. Lo ringrazio per avermi concesso di pubblicare qui il suo racconto. Luca ha lavorato in FIAT dal 1989 al 1992. Era addetto alla linea di montaggio della UNO. Lavorava su due turni a settimane alterne: dalle 6 alle 14 e dalle 14 alle 22. L’ingresso dell’ Officina 83, dove lavorava, era nel comprensorio della Fiat Mirafiori di Torino, su corso Tazzoli, ingresso Porta 2.
Quella maledetta sveglia non fa che ripetermi che sono le 4.30 del mattino. Cerco di prendere a calci il sonno, mentre mi preparo solo un caffè. Tanto mangerò un panino più tardi, in officina. Alle cinque e un quarto salgo sulla 127 gialla di Cosimo, che è passato a prendermi. Marcia ancora, quel mulo di macchina, che pare uscito dal Museo dell’Automobile. Cosimo mi saluta e trema. È a Torino da più di trent’anni, ma il suo metabolismo calabrese ancora non vuole accettarne il clima. Ha ragione. Il freddo è un tutt’uno con l’ umidità e con la nebbia: un ménage a trois talmente penetrante da gelarti anche i pensieri.
Navette dell’ATM, vetture, autobus blu provenienti dalla provincia…ogni veicolo con il suo carico di carne assonnata, un silenzioso formicaio che velocemente invade i capannoni delle varie officine FIAT. I miei passi mi portano ad attraversare il cancello della Porta B, e si confondono con quelli di migliaia di altri baracchini: un saluto appena abbozzato, un mezzo sorriso che spunta dalla sciarpa, un rapido cenno del capo. Ci si vede, ci si riconosce, ci si fa coraggio prima di entrare nell’antro, dove ci attende il serpente-arcobaleno. L’ Officina 83 è lì, enorme e silenziosa. Serafica, attende solo di essere invasa.
Ed eccolo, il mostro: la sua pelle è resa lucida e multicolore dalla lunga, sinuosa teoria di scocche, che danno forma alle sue spire. Pare addormentato: tutt’intorno i resti del suo pasto, gli avanzi delle sue prede, lasciati in disordine dal turno di schiavi che ci ha preceduto. Ma lui sa che la sua anima riprenderà vigore tra breve; sa che la sua forza tornerà a manifestarsi grazie alla nostra fatica; sa che la sua linfa riprenderà a scorrere, succhiandola dal nostro sudore.
Eppure c’è qualcosa di magico e di solenne in questo silenzio di migliaia di pensieri. Ognuno a suo modo rivolto a celebrare quel rito che tra breve tornerà a ripetersi, quando la sirena urlerà che sono le sei del mattino. L’odore intenso di olio lubrificante, di guarnizioni nuove, di fumo di sigaretta si mescola a quello della fatica di chi ha lasciato le postazioni prima di noi.
Trovo nel mio angolo il materiale di scorta, per iniziare il turno. Me lo ha preparato l’ operaio che era qua prima, per facilitarmi il lavoro. Io farò lo stesso, prima di andarmene. Una forma di solidarietà che non ci è stata insegnata, che non viene imposta: è una muta, vicendevole stretta di mano tra noi due buonavoglia, legati allo stesso remo, eppure condannati a non incontrarci mai. C’ è ancora un lembo di tempo, per poter riconoscere i volti che mi circondano, che condivideranno con me la giornata.
Saverio mi dice sempre che L’Unità va letta piano, mangiando magari un kiweri, come lo chiama lui. Mani grandi, da contadino rubato alla terra sannita, e finito a respirare l’ aria dell’Officina 83. Il piccolo Luigi, napoletano dallo sguardo incavato ed astuto, un Totò dall’ironia corrosiva e salace, temuto da tutti i “topi neri”, come chiama quei ruffiani travestiti da capi-reparto.
Josè Armando, un venezuelano grosso così, dottore in Scienze Politiche, un mago nel montare i sedili anteriori della UNO. Una gran barba, alla maniera di Fidel, ed una stupenda voce da baritono, che ha il sapore del mare di Roquès e delle ballate del suo paese. Giulio ha due figli e due ernie del disco, “Tanto per non far dispiacere alla famiglia ed al sindacato”, mi dice sempre sorridendo. Pugliese doc di Borgata Parella, un autentico talento come scrittore e due occhi buoni che diventano scuri a sentir parlare di “qualità Fiat”.
Lui con la sua “modesta commedia”, come la chiamava, aveva saputo mettere nella rima di Dante un’opera tutta sua, nata dalla disperazione per un aborto voluto dalla moglie. Un viaggio dentro un limbo dove far dimorare i bimbi mai nati, al passo delle sue stupende, e meravigliosamente dolorose terzine. Leonino, orgoglioso che suo figlio porti il suo stesso nome e che sia anche lui operaio, nella linea di montaggio accanto alla nostra. Parlava pochissimo, da buon siciliano, ed un giorno non lo vedemmo più. Venne il figlio a dirci che se lo era portato via un tumore, che da tempo gli avevano diagnosticato. E lui aveva lavorato sino al giorno prima di essere ricoverato.
La lugubre sirena spezza l’ incanto. Il serpente-arcobaleno si è risvegliato: e anche oggi pretenderà il suo sacrificio.

