Ogni anno, il 27 gennaio, viene celebrata la Giornata della Memoria per non dimenticare le vittime dell’abominio della Shoah, l’orrore dei campi di sterminio, le torture, le privazioni, la fame, la morte in condizioni inenarrabili. L’essere umano aveva perso di vista la propria umanità, la propria dignità, fino a diventare un mostro a più teste e tentacoli, fuori controllo. La malvagità regnava sovrana e impunita.
Purtroppo, gli ultimi sopravvissuti a quei terribili giorni sono ormai diventati “grandi vecchi”, come Sami Modiano, Liliana Segre ed Edith Bruck. Quando non ci saranno più, bisognerà passare il testimone a figli, nipoti, amici, giovani che hanno visitato i campi di sterminio e ne sono tornati sconvolti, persone di buona volontà che hanno letto libri e visto molti film sull’argomento.
Ma in questo nostro mondo odierno, malato e frenetico, pervaso da guerre, violenze gratuite e malvagie, senza motivo apparente, solo per il gusto di fare del male, stupri, femminicidi e atti di antisemitismo sempre più frequenti e violenti, dove possiamo collocare la memoria?
Essa è un fiore fragile, una pianta delicata che va annaffiata ogni giorno, che va presa sul serio. Una giornata all’anno, con documentari, film, fiction di ogni genere e clamore mediatico urlato, non basta. Viviamo in un mondo dove la memoria, le emozioni, i sentimenti sono diventati “usa e getta”: durano il tempo di un racconto, di un film, di un’immagine scioccante (più è scioccante e frastornante, meglio è per la voracità, il gusto del macabro e un certo voyeurismo popolare).
L’onda emotiva di una qualsiasi tragedia dura il tempo di un battito d’ali di farfalla e va a infrangersi sulla roccia dell’indifferenza e dell’oblio.
La parola d’ordine dei giorni nostri è CONDIVIDERE, ma cosa e per quanto tempo? Condividere emozioni e sentimenti, momenti belli e brutti, propinarli sui social affinché ognuno vi partecipi, ed ecco che l’indomani tutto torna come prima. Tutto è finito, la lacrima di circostanza si è trasformata in risata e la vita va avanti.
Ma cosa si può fare? Come rimediare a questa imperante indifferenza e mancanza di sentimenti veri? Ognuno, nel proprio piccolo, può fare qualcosa: cercare di metabolizzare e coltivare i propri ricordi e trasmetterli agli altri. Raccontare ciò che si è visto e che ci ha colpito, commentarlo: che sia un numero tatuato indelebilmente su un braccio durante lo sterminio, una tragedia avvenuta in condizioni disumane, il ricordo di persone care scomparse, ma anche un bel posto dove si è stati bene, un ristorante dove si è mangiato bene, un bel libro che ci ha fatto riflettere. Tutto va fatto perdurare e non va vissuto con intensità per pochi istanti, per poi essere buttato via come un fazzoletto.
La memoria, le emozioni vere, i sentimenti sono effimeri, eterei e, perciò, bisogna non estinguerli e farli vibrare incessantemente, come le corde di un violino che suona gli accordi della nostra vita.
Rose Marie Boscolo

